Review: Il processo. L'ordinaria amministrazione dell'assurdo

Il processo. L'ordinaria amministrazione dell'assurdo by Franz Kafka
My rating: 4 of 5 stars

Kafkiano: aggettivo per indicare una situazione angosciosa, desolante, allucinante, assurda.

Il processo è un romanzo dello scrittore ebreo praghese Franz Kafka scritto tra il 1914 e il 1915 e lasciato incompiuto dall'autore. Solo l'anno successivo alla morte di Kafka, il suo esecutore testamentario lo pubblicò andando contro l'espressa volontà dell'autore di distruggere tutti i romanzi rimasti incompiuti.

La storia si apre col risveglio di K. nella mattina del suo 30° compleanno, mattina nella quale viene arrestato. Per tutto il romanzo K. cercherà di difendersi con razionalità senza mai trovare il bandolo della matassa o anche solo la ragione per la quale sia stato arrestato. Continuerà invece a scontrarsi con quella macchina processuale complessa e irrazionale che non riuscirà mai a capire e con la quale non potrà comunicare in alcun modo fino alla fine, nonostante tutti i suoi sforzi.

Nella trama sono presenti diverse contraddizioni che, più che frutto dell’incompiutezza dell'opera, sembrano inserite appositamente per mettere in dubbio qualsiasi punto di riferimento certo per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica.
Durante la lettura, inoltre, si ha la netta impressione che l’autore volesse andare oltre, parlare di qualcosa di più grande e personale, di qualcosa che è dentro di noi e che ci appartiene in quanto società. E la società, in quanto tale, diventa così un grande tribunale nel quale tutti sono coinvolti.

Ma allora K. è colpevole? Di cosa?
Forse è il prete che ci aiuta a comprendere: la colpa di K. coincide con quella del contadino (parabola del contadino) e risiede nel modo sbagliato di porsi nei confronti della situazione che affrontano: la passiva accettazione dell’ineluttabilità del meccanismo di una giustizia che trascende l’umano deve essere totale. Al contrario K. insiste nella sua ragione umana ed è caparbio nella stesura della sua petizione, tramite cui vuole provare inequivocabilmente il suo alibi umano. Tutti questi sforzi risultano vani e non arriveranno mai a dare i frutti sperati.
Lo stesso protagonista alla fine delle sue fatiche ammette implicitamente la colpa e quasi si "autoconduce" alla propria fine, conscio che quella è l’unica soluzione possibile per lui: non c’è più posto per lui in questa società.

Questo è un romanzo che si presta a svariate interpretazioni, tante quante sono le interpretazioni della Legge, di ciò in base a cui il tribunale opera, e dunque di ciò che regge le fila della vicenda e decreta la colpevolezza del protagonista.
"La lettura del Processo, libro saturo di infelicità e di poesia, lascia mutati: più tristi e più consapevoli di prima"
Nota finale di Primo Levi – Einaudi 1983

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