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Ubik by Philip K. Dick
My rating: 5 of 5 stars

Difficile scrivere qualcosa che possa rendere l'idea di cosa sia Ubik. La domanda "Cos'è Ubik?" accompagna il lettore fino all'ultima pagina… e oltre.
Dalle stesse parole del romanzo:
"Io sono Ubik. Prima che l'universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno"
Ubik è terrificante. Scritto nel 1966(!) sotto l'effetto di anfetamine, è il parto di una mente visionaria che si spinge al confine tra realtà e sogno sviluppando all'inizio un mondo futuristico, ambientato nel 1992 ed incredibilmente verosimile, per poi scindere e rimescolare presente e passato in un vortice spazio-temporale che porta scompiglio nelle (non) esistenze dei personaggi. Personaggi che cercheranno di capire cosa (dove, quando, perché) sia loro capitato (e stia capitando) in un gioco al massacro che li uccide pagina dopo pagina.
Il libro, la realtà (o il sognato?) è "un'oscillazione continua" come arriva a pensare Joe Chip, il protagonista della storia.

L'opera di Dick ha un'infinità di chiavi di lettura a partire dalla visione onirico-metafisica (della quale il romanzo è letteralmente imbevuto) per arrivare a quella commerciale. La lista dei prodotti Ubik che scorre avanti e indietro nel tempo ne è un chiaro segno: tu sei morto, la merce è viva; il prodotto ti ha annientato da un pezzo e ha invaso la tua esistenza, felice o schifa che sia, e adesso ti sopravvive.

Meravigliosa la chiusura. Ancora una volta Dick mette tutto in discussione e il dubbio tra reale e sognato si fonde per ricominciare una storia senza fine.
"Qualsiasi cosa vediamo da desti è morte; da dormienti è sogno."
(Eraclito)
"Chi ti dice di non essere già morto?"
(W.S. Borroughs)
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